Chi è il media educator? Perchè ci siamo inventati (spoiler: non siamo stati noi!) questa figura mitologica mezza esperta di comunicazione e mezza pedagogista? Era proprio necessario? Come mai se ne è sentita la necessità?

Analizziamo una giornata tipo di una persona che vive in un paese di cultura occidentale, o comunque categorizzabile con il nord del mondo. Si desta grazie al suono dalla sveglia, probabilmente impostata sul suo smartphone e, assonnato, si strofina gli occhi e impugna lo strumento per controllare le notifiche. Si alza e, mentre il telegiornale o la radio gli forniscono alcune news e informazioni con cui affrontare la giornata, le controlla in contemporanea nei social network sites in cui è iscritto. Una volta uscito di casa per recarsi al lavoro, inforca gli auricolari con cui ascolta un podcast sul self empowerment creato da un influencer di successo, che lo porta a sognare un futuro probabilmente più roseo del presente che di lì a poco andrà a vivere. Una volta in ufficio accende il computer, smaltisce le email, prioritizzandole secondo le indicazioni ricevute dal capo via Trello, si occupa dei suoi task e commenta. In pausa pranzo con il collega, guarda l’ultimo video girato sul gruppo telegram aziendale e commenta  i comportamenti delle maestre del figlio nel gruppo Whatsapp dei genitori. Una volta a casa trova il figlio intento a giocare con il tablet all’ultimo videogioco scaricato, “come cicciogamer!” gli dice. Gli chiede se ha fatto i compiti e di controvoglia il bambino chiude il videogioco e gli mostra il Padlet su cui ha fatto la linea del tempo per storia come richiesto dalla maestra via mail alla mamma.  Prima di andare a dormire, dopo aver visto un film su Netflix, dà un ultimo sguardo alla chat degli amici, dove vengono condivise un sacco di immagini che fanno ridere ma che fanno anche pensare alla situazione politica attuale.
Suona familiare? 

Sicuramente non vogliamo creare una sorta di scenario apocalittico digitale dove le tecnologie sono “troppo” parte delle nostre vite e “il mondo digitale ha sopraffatto quello reale” (anche perchè virtuale è reale!), ma dare adito all’affermazione di Roger Silverstone che recita:

“I media vanno studiati perché sono centrali nella vita quotidiana, in quanto dimensioni sociali, culturali, politiche ed economiche del mondo contemporaneo e in quanto elementi che contribuiscono alla nostra capacità variabile di dar senso al mondo, di costruire e condividere i suoi significati”.

Roger Silverstone

Sicuramente il racconto che ho proposto a inizio articolo è una fotografia della nostra società odierna che ha stimolato la comunità scientifica della ricerca pedagogica, la quale si è chiesta se fosse possibile oggi educare senza conoscere, interrogare e saper utilizzare i media.
Se davvero sono elementi pervasivi della nostra esperienza e ci aiutano a dare senso al mondo che viviamo, è possibile per un educatore disinteressarsi dei media e delle loro dinamiche?
Negli ultimi 20 anni quindi la ricerca pedagogica ha intensificato i suoi sforzi per trovare dei metodi, dei framework di analisi e operativi affinchè chi educa, chiunque esso sia, avesse gli strumenti per poter accompagnare l’altra persona a vivere virtuosamente anche questa dimensione della sua vita.

Quindi il media educator di principio è un Pedagogista che, immergendosi nelle grandi questioni del rapporto tra educazione e media,  sviluppa competenze disciplinari e metodologiche nelle aree della comunicazione, dell’educazione e della loro integrazione.
Cosa c’è dietro al consultare i social per informarsi? Cosa c’è dietro ai figli che giocano con il tablet? e il loro conoscere gli youtuber che fanno gaming? Quali logiche sono sottese dal loro utilizzare le tecnologie digitali per l’apprendimento?Ma più di tutto: qual è il compito dell’adulto e dell’adulto che educa?
Su questi interrogativi è giusto cercare di comprendere il ruolo del professionista che non deve, come l’educazione di stampo classico nelle concezioni di Freire rappresentate nella pedagogia dell’oppresso, depositare la propria conoscenza negli educandi, il cui compito è quello di immagazzinare e ricordare quanto più materiale possibile. Il media educator non si limita ad insegnare come “usare bene” i media per informarsi, a come “usare bene” padlet per fare le linee del tempo, non cala dall’alto la ricetta del bravo genitore 3.0; bensì accompagna chi gli è affidato all’acquisizione delle capacità e delle consapevolezze necessarie per rapportarsi criticamente ai messaggi dei media. Guida, cioè, alla capacità di “smontare” questi messaggi, guida alla loro comprensione secondo gli strumenti culturali di ognuno e infine guida alla loro ricomposizione in nuovi messaggi coerenti con i linguaggi dei media stessi. Parafrasando Julian McDougall, al media educator non solo interessa insegnare alle persone a leggere o a scrivere, ma è interessato anche quali discorsi le persone facciano con queste capacità e che questi discorsi cerchino di costruire un contesto positivo per tutti coloro che lo abitano. Certo che poi conosce come “utilizzare bene” i media o quali applicativi sono funzionali per creare una bella lezione a distanza, ma sarebbe banalizzante pensare che il suo compito sia semplicemente la condivisione di tali conoscenze. I contesti, quindi in cui il media educator può inserirsi sono:

  • Nella scuola, come Animatore Digitale (secondo le disposizioni del Piano Nazionale per la Scuola Digitale), ma anche all’interno di percorsi riguardanti l’Educazione Civica Digitale.
  • In diversi contesti dell’extrascuola, a supporto dei relativi progetti educativi, anche a carattere innovativo, a supporto di peculiari interventi educativi (integrazione multiculturale, prevenzione del rischio in età adolescenziale, sostegno alle fragilità, alla genitorialità, agli anziani).
  • Nelle companies che producono contenuti mediali in veste di consulente pedagogico alla comunicazione supporta l’ideazione, realizzazione, distribuzione di tali prodotti o di esperienze comunicative a carattere educational o edutainment. Può avere inoltre in carico la progettazione e realizzazione di percorsi formativi rivolti ai più giovani e a specifici target di pubblico; l’attività comunicativa a carattere istituzionale, interna ed esterna, delle organizzazioni complesse.

  • Silverstone, R. (1999), Perchè studiare i media, Il Mulino, Bologna, 2002
  • Potter, J. & McDougall, J. (2017), Digital Media, Culture and Education – Theorising Third Space Literacies, Palgrave Macmillan, Londra.
  • Freire, P. (1968), La pedagogia degli oppressi, EGA-Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2011


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