Che sia stato Google Meet, Zoom o Microsoft Teams, negli scorsi tre mesi ci siamo tutti ritrovati davanti a uno schermo per sentire i nostri amici e parenti, per continuare il nostro lavoro o per seguire la scuola o l’università. La convivenza con gli schermi ci ha messo a dura prova e, giunti nella fase di ripresa di questa quarantena, penso sia arrivato il momento di fare un piccolo bilancio, per rileggere questa esperienza di rapporto stretto con gli schermi e trarne degli spunti per vivere meglio il futuro, in qualunque modo esso si possa presentare a noi.

Digital divide, tutto made in Italy

Il primo punto che vorrei prendere in considerazione è la disponibilità stessa dei dispositivi. Mi è capitato di sentire genitori con un solo computer in casa che si sono trovati a dover gestire la didattica a distanza dei tre figli e il lavoro in smart working, oppure alcune amiche docenti e maestre che hanno dovuto trovare nuovi mezzi per raggiungere anche gli studenti digitalmente svantaggiati. L’Italia in questo lockdown si è resa conto di una cosa: nonostante siamo nella parte ricca del mondo, la tecnologia non è ancora uno strumento diffuso e democratico, sia per un motivo economico – perché una grossa parte di Italia non si può permettere le attrezzature necessarie – sia per un motivo educativo; per molti è stato impegnativo gestire un cambio repentino del ruolo che gli strumenti tecnologici hanno nelle nostre vite, per esempio costringendo un bambino che era stato educato a non avere un rapporto con gli schermi davanti a un computer per seguire la DAD, o imponendo a un intero ufficio la digitalizzazione dei suoi documenti, per passare dalla carta ai Fogli Google condivisi.

via GIPHY

Smart working?

Un secondo aspetto che penso ci abbia messo a dura prova è la perdita del nostro tempo di disconnessione. Scrivo questo articolo da una casa al mare, dove sto cercando di trovare un po’ di tempo per me e per le persone che amo prima di rientrare a pieno nel turbinio degli impegni estivi, che si prospettano sicuramente più impegnativi degli scorsi anni. Durante questo periodo il mio computer è sempre stato acceso, le mie mani si sono sempre mosse veloci sulla tastiera, completando gli appunti per gli ultimi esami, scrivendo progetti per il prossimo anno, lavorando a distanza, portando avanti gli impegni presi con il gruppo di volontariato e con il nostro progetto di Insiem.e. Tra una chiamata su Zoom e una call su Google Meet, ho raramente trovato il tempo di rilassarmi e di non pensare agli impegni e alle cose che stavo portando avanti. Lo smart working non è stato molto smart, il non avere orari per staccare e dedicarsi ad altro non rientra sicuramente in una gestione intelligente del nostro tempo. 

via GIPHY

Lontani ma vicini

La situazione di distanziamento forzato ci ha messo di fronte anche alla necessità relazionale che abbiamo. Negli ultimi giorni sono ripresi alcuni impegni in presenza, sempre con il distanziamento e con le dovute accortezze, e sento spesso ripetere la frase “finalmente ci incontriamo davvero”. Mi sorge spontanea una domanda: finora dove siamo stati? La nostra relazione mediata da uno schermo perde sicuramente un po’ del suo significato, non ci fa sentire accolti dall’altro come un abbraccio, una stretta di mano o una pacca sulla spalla, un “mi sei mancato” detto sottovoce. Tuttavia, in questi mesi non sento di aver interrotto la relazione con i miei amici, i miei colleghi e i miei compagni di corso; semplicemente abbiamo trovato un modo alternativo per farlo. Per questo aspetto forse dobbiamo imparare dai giovani, che riescono, anche nei momenti al di fuori della pandemia, a vivere la rete come un luogo come un altro per incontrarsi e condividere le proprie emozioni e i propri sentimenti, consci dei limiti e delle possibilità che questo ambiente offre.

via GIPHY

Sono proprio indignato!!1!

Un ambiente che, purtroppo, non sappiamo ancora usare bene. Troppe volte – e specialmente in questa quarantena – ho visto persone che sui social hanno riversato la loro rabbia e il loro disappunto, portando avanti conversazioni di basso livello con una scarsa considerazione dell’interlocutore che avevano davanti. I social non sono posti in cui non ci sono regole, dove le mie azioni non hanno un riscontro, anzi. Tutto ciò che entra nella rete ci rimane per anni, compresi gli insulti contro chi non la pensa come noi e contro chi non ci considera. Non sto dicendo che non debba essere usata per esprimere un’opinione, semplicemente ci è chiesto di farlo nel modo più appropriato possibile e di comportarci come se la persona con cui stiamo discutendo ce l’avessimo davanti agli occhi. Perché siamo mediati da uno schermo, ma le parole scritte su un social fanno comunque male a chi le legge.

via GIPHY

Compiti a casa

Alla fine di questa quarantena che cosa ci resta? Sento alcuni amici pronunciare la frase “Non userò mai più il computer, non ne posso più!”: è davvero la soluzione? Guardiamo il lato positivo di questo periodo di rapporto stretto con gli schermi e le cose che abbiamo imparato. Provo a fare un elenco degli aspetti positivi di questo periodo forzatamente tecnologico:

  • ho riscoperto compagni di corso volenterosi;
  • ho imparato ad utilizzare Zoom e Microsoft Teams, oltre ad aver trovato siti molto interessanti come genial.ly;
  • ho rimpianto il tempo di disconnessione, imparando però a spegnere i dati sul cellulare e a lasciare alcuni messaggi non letti, in attesa di un momento migliore per comprenderli davvero e per rispondere;
  • insieme ad alcuni amici abbiamo organizzato un crowdfunding online – e credetemi, questo è davvero un grande passo avanti – per sostenere un progetto che accoglie giovani mamme e i loro bimbi ad Addis Abeba, in Etiopia.

Tutto questo utilizzando il computer, stando davanti a uno schermo.

Smetterò di utilizzare la tecnologia quest’estate? No.
La preferisco al rapporto umano, al guardarsi negli occhi? Assolutamente no.
Penso però che questo periodo ci abbia insegnato tanto e che possiamo ripartire con qualche consapevolezza in più, sapendo di non poter fare a meno di un aiuto digitale – che se usato bene e nelle giuste dosi ci semplifica davvero la vita – ma coscienti dell’ingrediente più importante: il nostro essere umani. 


0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *