Se siete utilizzatori di Whatsapp, vi ricorderete che a partire dai primi giorni di gennaio vi è stato notificato un aggiornamento delle condizioni di utilizzo dell’applicazione.

Ogni volta che capitano situazioni del genere, tendenzialmente, i nuovi termini di utilizzo vengono accettati senza darci troppo peso. Eppure questa volta si è sollevata una certa attenzione mediatica riguardo questa modifica contrattuale, che ha anche portato l’azienda a rilasciare un comunicato inaspettato negli scorsi giorni:

Abbiamo posticipato la data in cui richiederemo ai nostri utenti di rivedere e accettare i termini. L’8 febbraio, nessun account verrà sospeso o eliminato. Continueremo a impegnarci per fare chiarezza sulle informazioni errate riguardanti la sicurezza e la privacy su WhatsApp. In modo graduale, e secondo le tempistiche di ciascuno, inviteremo i nostri utenti a rivedere l’informativa prima del 15 maggio, quando saranno disponibili le nuove opzioni business.

Facebook Inc.

Al centro di questo aggiornamento vi sono i dati raccolti tramite Whatsapp e la loro integrazione e condivisione con quelli raccolti da Facebook.

Ma prima di scendere inutilmente nei dettagli della questione, è da notare il fatto che in Italia (come negli altri Paesi dell’Unione Europea) è in vigore una normativa chiamata General Data Protection Regulation (abbreviata GDPR), che vieta tutte le attività di distribuzione dei dati che permettono di associare direttamente un utente alle sue abitudini di acquisto e navigazione.

Tutto questo non ha fermato gli utenti (europei e non) a valutare se utilizzare altre applicazione per la messaggistica istantanea: ci sono stati dei piccoli boom di scaricamento di applicazione conosciute (come Telegram e Viber) e meno conosciute (come Signal).

In particolare quest’ultima ha riscosso un particolare successo mediatico in quanto, al contrario delle altre, è basata su un protocollo Open Source che de facto permette una trasparenza infinitamente maggiore rispetto a qualunque altro concorrente. Inoltre vi è solo una minima raccolta di metadati, in quanto è un progetto di un ente no profit che non ha interesse a fornire pubblicità e ha tracciare il comportamento dell’utenza.

Ovviamente resta il problema che il suo del bacino d’utenza è molto ridotto attualmente e malgrado (Ndr dei miei 271 contatti di Whatsapp nessuno utilizza Signal).

Tanto rumore per nulla?

Forse no, intanto vi è stata nuovamente una particolare attenzione all’effettivo strapotere che alcune aziende private hanno e possono avere sulle vite degli utilizzatori e vi è stato un temporeggiamento di ben tre mesi da parte di Menlo Park.

Perdere anche pochi utenti può scatenare un effetto domino come è avvenuto già in passato per servizi come MySpace o MSN Messenger, che nel giro di qualche anno sono finiti nel dimenticatoio.

Sebbene noi cittadini italiani ed europei siamo tutelati maggiormente rispetto ad altri stati, il consiglio è come sempre quello di leggere e capire cosa succede quando vi sono degli aggiornamenti unilaterali sulle condizioni di utilizzo dei servizi. Ma se questo risulta difficile aspettate ad accettarle, fate una ricerca su cosa implicano le nuove condizioni e poi eventualmente accettatele. Passare da una piattaforma all’altra è sicuramente noioso ma anche possibile.

PS: Ricordiamoci anche che leggere non è necessariamente capire. In questa situazione abbiamo potuto assistere ad un bel siparietto: un endormsent da parte di Elon Musk riguardo Signal, ha fatto più che quintuplicare il valore delle azioni della Signal Advance, Inc. che con non ha nulla a che fare con l’applicazione sopracitata.


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