E’ passato quasi un mese dalla tragica morte della bambina di dieci anni di Palermo collegata ad una presunta sfida presente sul social network TikTok. Le indagini informatiche sono da poco iniziate e per ora non hanno riscontrato nessun materiale che permetterebbe agli investigatori di ricostruire l’accaduto. 

La bambina potrebbe aver partecipato ad una prova di resistenza presente online, denominata blackout challenge, ma il racconto dei genitori rappresenta solo una tra le ipotesi investigative di una vicenda dai contorni tutt’altro che delineati.

 

Però, come spesso accade in questi tragici eventi in cui i Social Network potrebbero essere implicati nella vicenda, qualcosa si inceppa nella comunicazione giornalistica e nella copertura mediatica. 

 

Se si effettua infatti una ricerca attorno agli hashtag #blackoutchallenge, o come erroneamente è stato scritto #hangingchallenge, i risultati e i dati che si ottengono non riportano nessuna viralità del fenomeno delle sfide mortali a cui i giovanissimi aderirebbero, come invece è stato riportato erroneamente da diverse testate giornalistiche.

In particolare, i risultati video riguardanti la hanging challenge ritraggono persone che si allenano alla barra per trazioni e che, nel farlo, compiono altre azioni in contemporanea come, per esempio, indossare una maglietta. 

Eppure, nonostante le ricerche intorno alla morte della piccola bambina di Palermo siano ancora aperte e gli hashtag riportati non restituiscano un fenomeno mediatico in crescita e fuori controllo, alcuni giornalisti si sono schierati in maniera decisa e con assoluta certezza, come riportato da Fabio Chiusi in un suo articolo su Valigia Blu – “Morire su TikTok” (Corriere della Sera), “Morire a 10 anni giocando sui social” (La Stampa), “Trappole social” (Avvenire). 

 

E’ importante sottolineare come in assenza di conferme ufficiali, occorrerebbe utilizzare tutti i condizionali del caso per affrontare e descrivere eventi e temi così delicati. 

 

Questo modo di riportare i fatti in maniera superficiale e irresponsabile (della bambina sono state pubblicate non solo le foto personali, il nome, il cognome, ma persino il quartiere e la via in cui abitava) rischia di avere un effetto di profezia autoavverante, come ben descritto da Claudia Torrisi in un suo articolo

 

Una comunicazione approssimativa e imprecisa può alimentare o addirittura far nascere fenomeni di emulazione.

L’esempio è il fenomeno della Blue Whale. Dopo la messa in onda di un servizio delle Iene in cui veniva descritta la nascita e i dettagli di questo fenomeno si è verificato un picco di ricerche su Google e la creazione di decine di account sui social con riferimento a questa pericolosa sfida. I bambini, in particolar modo, in virtù del fatto che ancora non hanno sviluppato una sufficiente capacità di discernimento, possono imitare i contenuti ai quali si approcciano in rete senza riconoscerne il pericolo.   

In questo senso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato uno studio destinato alla stampa, con particolare riferimento a una “presentazione responsabile delle informazioni” ; si chiede di evitare il sensazionalismo, l’eccessiva amplificazione della notizia e i dettagli sui suicidi. Aspetti quindi fondamentali per evitare di favorire imitazioni e il cosiddetto “effetto Werther” (o Copycat suicide), un fenomeno di emulazione che porta ad un aumento dei suicidi dopo la notizia di un suicidio pubblicata dai media.

In Italia, alcune regole si trovano anche nella Carta di Treviso, firmata dall’ Ordine dei giornalisti, la Federazione nazionale della stampa italiana e Telefono azzurro con “l’intento di disciplinare i rapporti tra informazione e infanzia” . 

 

La reazione del Garante Italiano per la protezione dei dati personali

 

Questa vicenda di cronaca ha portato il Garante italiano per la protezione dei dati personali a un provvedimento nei confronti della piattaforma TikTok. In particolare ha disposto il blocco degli utenti per i quali il social network non sarebbe in grado di verificare l’età. 

La verifica è stata poi estesa anche a Facebook e Instagram, con la quale si sono adoperate ad una modifica delle proprie policy, imponendo agli utenti il reinserimento della data di nascita, annunciando che in futuro si potrebbe intervenire con algoritmi per la verifica del corretto inserimento di questo dato.

La Ex-Ministra all’Innovazione Paola Pisano aveva proposto come possibile soluzione l’utilizzo e l’implementazione dello SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale), una metodologia che accerterebbe con più precisione e sicurezza la data di nascita e l’età dell’utente, anche se questa soluzione ha evidenziato diverse complessità.

Un tema quello della presenza di minori sui Social Network importante e che merita particolare attenzione e che non deve essere dimenticato.

 

Ma a che età è consigliato l’uso dei social network?
Qual è il senso di questo limite?

 

La legge europea sulla privacy pone a 16 anni l’età minima per poter scegliere autonomamente di iscriversi a un Social Network. La legge europea però dà ai singoli Stati la possibilità di abbassare quest’età, ma mai sotto i 13 anni. L’Italia ha posto l’età per il consenso a 14 anni.

Secondo il report Global Digital solo nel 2018 i minorenni sarebbero stati il 4 per cento degli iscritti del social network più diffuso al mondo Facebook, precisamente 2 miliardi e 170 milioni di utenti. Instagram avrebbe invece 60 milioni di iscritti minorenni, tra il 2 e il 3 per cento dei suoi 800 milioni di utenti. 

Ogni Social Network possiede le sue caratteristiche specifiche, ma all’interno di essi quasi sempre possiamo trovare immagini, video, linguaggi con una forte carica emozionale che un minore difficilmente riuscirebbe a comprendere correttamente poiché le sensazioni da cui è investito hanno poco o addirittura nulla a che fare con quelle che prova nella vita di tutti i giorni. Come spiega Maura Manca psicologa e psicoteraperuta in un suo articolo sul blog – Adolescienza.it: 

“Purtroppo all’interno di queste piattaforme, soprattutto su TikTok, navigano troppi bambini che possono entrare in contatto anche con contenuti che non sono in grado di filtrare e di valutare in maniera critica. Il fatto che sappiano usare uno smartphone non significa che abbiano la consapevolezza di quello che stanno facendo. Non hanno ancora sviluppato la capacità di discernimento, non hanno un senso del limite e rischiano di imitare qualcosa e di non essere in grado di percepirne la reale pericolosità o di capire quando non ci si deve spingere oltre. Per questo non devono accedere ai social network da soli, nonostante poi il limite di età sia 13 anni. Per loro è divertente, fanno parte di una comunità e quando ci si diverte si abbassa il livello di percezione del pericolo”.

 

TikTok è usato da molti minori, ma non è un social per bambini, è un ambiente online come tutti gli altri.
Come comportarsi?

 

E’ necessario che gli adulti sappiano accompagnare i propri figli nell’utilizzo e la comprensione degli schermi digitali. In questo senso, l’intervento di Pier Cesare Rivoltella, professore ordinario di didattica e tecnologie dell’Istruzione e dell’apprendimento a TV2000 è chiarificatore. Il professore sottolinea come le nuove generazioni siano particolarmente fragili e proprio perché fragili risultano essere sempre più esposte ai rischi presenti negli ambienti online. Ma in particolare richiama alla responsabilità educativa genitoriale, individuando come unica strada l’educazione dei bambini e dei ragazzi a un sempre maggiore senso critico e responsabilità.

Parlare tanto con loro, condividere il più possibile con i più piccoli i consumi, chiarire i loro dubbi, rispondere alle domande, passare tempo con loro.

Proprio come sottolineava Stefano Pasta in un incontro del 2019 promosso dall’IISFA: 

«Occorre educare al senso critico e alla responsabilità, come il recente Curriculum di Educazione Civica Digitale del Ministero dell’Istruzione chiede a tutte le scuole italiane. Vuol dire imparare a valutare le implicazioni e le conseguenze di quanto facciamo online. Lo sviluppo di una piena cittadinanza digitale passa anche dalla capacità della scuola di accompagnare la complessità del cambiamento, piuttosto che marginalizzare alcuni aspetti come semplici “rischi”.

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Fonti: 

 


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