Negli ultimi giorni su tutti i canali social e le varie testate giornalistiche – addirittura anche in qualche telegiornale – rimbalza questa notizia: “Furore su Disney per il ‘bacio rubato’ a Biancaneve” (fonte: Ansa.it). Come ciclicamente capita, un classico dell’animazione disneyana è stato preso d’attacco. Questa volta è toccato proprio al lungometraggio Biancaneve e i sette nani, capolavoro del 1937 ispirato all’omonima fiaba dei fratelli Grimm, considerato il primo vero e proprio classico Disney.

Questa volta, però, la questione controversa ci fornisce uno spunto di riflessione e di approfondimento sulla diffusione di notizie e sui prodotti mediali per i minori. Possiamo delineare sette atteggiamenti “scandalosi” – magari non per tutti, ma sicuramente per un media educator – che ci possono aiutare per una riflessione critica, senza entrare nel merito del consenso/non consenso.

 

Uno. Torniamo alla fonte del problema.

Tutta la contestazione poteva tranquillamente essere evitata. Facciamo un salto e torniamo alle origini di questa questione: un articolo pubblicato su SFGate, un giornale online americano, dalle giornaliste Julie Tremaine e Katie Dowd. Durante il periodo di chiusura causato dalla pandemia, a Disneyland sono state rinnovate alcune attrazioni, tra cui la Snow White’s Scary Adventures, che adesso ha preso il nome di Snow White’s Enchanted Wish. Sono stati aggiunti alcuni episodi del lungometraggio del 1937, pur mantenendo la magia dell’attrazione originale del 1955. 

Le due giornaliste hanno recensito molto positivamente l’attrazione. Tra tutti i motivi, perché al termine di questa non si trova più la scena della morte atroce della Regina Cattiva. Hanno inserito invece quella del Bacio del Vero Amore con cui il Principe risveglia Biancaneve, finale della storia che tutti conosciamo. Ovviamente, Biancaneve non è cosciente in quel momento – possiamo paragonare il suo sonno a un coma profondo – e quindi le due giornaliste si chiedono:

“È difficile capire perché la Disneyland del 2021 abbia scelto di aggiungere una scena con un’idea così all’antica (in originale old fashioned) di quello che un uomo è autorizzato a fare a una donna, soprattutto perché la Disney stessa sta rimuovendo, per motivi simili, delle scene problematiche da Jungle Cruise e Splash Mountain [altre due attrazioni, ndr.]. Perché non pensare a un finale che mantenga lo spirito del cartone animato in stile Disney, ma che possa evitare il problema?”

Ecco, leggendo l’articolo da cui è partito tutto si può ridimensionare il problema: non è una questione di “non si può più dire niente”, ma di coerenza con il resto delle attrazioni e con il periodo storico che stiamo vivendo – fortunatamente, non siamo nel 1937.

 

L’attrazione Snow White’s Enchanted Wish.

 

Due. La (poca) professionalità di alcuni giornalisti.

Uno dei più grandi scandali di questa storia è stato il modo in cui i giornalisti, online e offline, hanno trattato la recensione. Siamo abituati, purtroppo, a vedere testate giornalistiche piene di notizie, e non di fatti, dove il giornalista punta, con il lessico e la scelta delle parole, alla pancia delle persone. Mi chiedo quindi: è questo lo scopo del giornalismo? Leggendo alcuni titoli sembra di star seguendo il racconto di un reality o di uno show televisivo, nonostante le testate da cui questi sono estrapolati siano riconosciute a livello nazionale come quotidiani affidabili.

 

Tre. Biancaneve patrona del clickbait.

Il clickbait è una pratica che viene utilizzata soprattutto dai creatori di fake news. Consiste nel pubblicare articoli con titoli “acchiappa click”, con il solo scopo di aumentare le visualizzazioni sul proprio sito. Quindi, guadagnando attraverso gli spazi pubblicitari che vengono visti dall’utente all’apertura della pagina.

Quando questo però viene utilizzato da testate ritenute autorevoli, rimango sempre un po’ spiazzata. Fino a che punto l’autorialità e la settorializzazione di un giornale possono essere ignorate per lasciare spazio al clickbait e quindi per guadagnarci qualcosa? Mi spiego meglio. Ha senso che giornali come TuttoSport, che come dice il nome tratta di sport, pubblichi un articolo intitolato “Biancaneve, il bacio ‘non consensuale’ diventa un caso: è bufera!”? Che Ansa titoli “Furore su Disney per il ‘bacio rubato’ a Biancaneve”?

 

Quattro. Commentare è umano, leggere è diabolico (e quindi non lo fa nessuno).

La modalità di fruizione dei contenuti nel 2021 ci impone un ritmo veloce. Pensiamo al tempo di visualizzazione delle storie di Instagram o dei video di Tik Tok. Ogni giorno siamo bombardati di notizie, quasi come ci trovassimo all’interno di una tempesta mediale.

Il problema di questo trovarci in balia dei nuovi contenuti nasce nel momento in cui li commentiamo senza averli compresi fino in fondo. Abbiamo letto post e articoli sull’argomento fino in fondo prima di commentarli? Li abbiamo compresi? Ci siamo fatti domande? Abbiamo compreso tutte le parole del testo?

Qui sotto vi riporto un esempio di non comprensione del testo, tratto da un post Instagram di Carlotta Vagnoli, una attivista. Nel post propone una contestualizzazione storica della fiaba, più che una cancellazione di questa:

Cinque. Non toccateci le fiabe!

Non ci arrabbiamo e scandalizziamo per le guerre che vanno avanti da 10 anni a qualche chilometro da noi, ma ci arrabbiamo e ci scandalizziamo perché due giornaliste oltreoceano hanno osato contestare una scelta legata a Biancaneve e i sette nani. Da dove viene tutta questa importanza?

Le fiabe rappresentano, in tutti i tipi di società, il primo approccio a quella che è la socializzazione dell’individuo, ovvero il processo che ci permette di vivere con usi e costumi di una società. Per noi rappresentano la storia delle nostre città, della nostra cultura e, spesso, ci riportano a momenti della nostra vita che consideriamo sacri, come il ricordo dei nonni o dei genitori che ci leggono la storia della buonanotte.

Mettere in discussione una fiaba, quindi, vuol dire mettere in discussione parte delle nostre usanze e delle nostre abitudini: fino a che punto riusciamo a vederli in modo oggettivo, senza farci sopraffare dalle emozioni?

 

Sei. Censura o contestualizzazione?

Proprio a causa di questo difficile processo di messa in discussione, molte persone sono insorte contro la famosa e poco definita “stampa americana”, contestando il voler cancellare alcune fiabe solo in nome del politically correct. Nessuno, però ha mai detto né scritto questo.

Un’azione che tutti i prodotti mediali ci impongono di fare è la contestualizzazione: rivedere la storia, la canzone, il testo nel contesto in cui è stato scritto o pubblicato. Un esempio molto banale: non diremmo mai che la Divina Commedia è incomprensibile e che la lingua utilizzata non è la nostra; semplicemente capiamo che non è stata scritta nel 2021 e che ha riferimenti allegorici e stilistici di un’altra epoca. La Disney stessa ha inserito su Disney+, all’inizio di alcuni lungometraggi, un disclaimer: alcune rappresentazioni o frasi utilizzate nei film potrebbero essere di cattivo gusto, o poco rispettose, quindi chiede di contestualizzare il messaggio rispetto all’epoca in cui è stato creato – alcuni titoli: Alladin, Gli Aristogatti, Dumbo.

Un esempio tutto italiano di cosa può voler dire contestualizzazione al posto di censura. La ragazza che lavava Calimero negli spot anni ‘60 del Carosello gli diceva: “Non sei nero, sei solo sporco!”. Oggi nessuno di noi potrebbe accettare una pubblicità con lo stesso claim, ma ciò non vuol dire che dobbiamo eliminare il piccolo pulcino dalla storia della televisione e cultura italiana.

 

Sette. Una proposta: impariamo ad educare ai media.

Uno dei compiti del media educator è quello di educare ai media. Ma cosa vuol dire? I genitori, come gli educatori e gli insegnanti, sono chiamati a formare bambini e ragazzi consapevoli di quello che i media propongono loro, attraverso lo sviluppo di un’analisi critica. Capire il contesto in cui il prodotto è inserito, comprendere cosa viene detto o mostrato, fare domande.

Educare ai media non è mai semplice e mette l’adulto sempre in discussione – è sicuramente più semplice eliminare la frase di una canzone di Aladdin “Le sue schiave non sono mai stanche” a un bambino, piuttosto che spiegargli cosa vuol dire e perché è sbagliata – ma è l’unico modo in cui possiamo uscire dalla logica dell’oblio (voluto o no) di prodotti mediali non più culturalmente contemporanei e dalla fruizione “ebete” della televisione e dei social.

Se vi può interessare, noi di Insiem.e. ne abbiamo parlato qui.

 

 

Una fiaba è per sempre

Termino questa riflessione con un invito: se vi piacciono gli horror, leggete una delle versioni originali dei Fratelli Grimm. Alcuni spoiler sulla versione del 1812:

  • la mamma (non la matrigna) di Biancaneve vuole ucciderla perché gelosa della sua bellezza e chiede a un cacciatore di portarle polmone e fegato della bambina, li vuole cucinare con sale e pepe.
  • Biancaneve si salva e scappa dai nani, ma la mamma riesce ad ucciderla: ci prova con un pettine avvelenato, ci riesce con la mela avvelenata
  • Il principe si innamora del cadavere di Biancaneve, chiede in dono il corpo morto ai nani e lo porta nel suo castello per osservarlo tutto il giorno. Un po’ creepy.
  • I servitori del principe, stanchi di spostare in giro la bara, la aprono e scuotono Biancaneve, insultandola. Lei rigetta il pezzo di mela. Si salva e decide di sposare il principe.
  • Invita la madre alle nozze e lei tenta di ucciderla un’ultima volta, ma Biancaneve e il principe le fanno indossare un paio di scarpe di ferro incandescenti, con cui la fanno danzare tutta la sera: cade a terra, morta.

Ah, che belle le vecchie fiabe di una volta.

 

Questa, in ogni caso, rimane l’immagine che descrive al meglio la reazione che ho avuto alla vista della notizia.


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